Ho
un debole per le donne fantasma. Con ogni probabilità, a introdurre nella mia
mente questo filtro, è stata la lettura dei racconti di Edgar Allan Poe,
riferimento imprescindibile quando si parla di figure femminili spettrali. Poi
Bergman ha rifinito il lavoro, non prima che Antonioni fornisse il suo
contributo, dando forma (impeccabile) all’inafferrabilità del reale, a partire
dalla relazione con l’altro, sempre sul procinto di sgretolarsi.
Dopo
i dovuti tributi a 3 dei miei Numi Tutelari, grazie ai quali sono diventato
quel che sono, ossia un Uomo Astratto, passo all'esposizione di un sogno
decisamente perturbante che riguarda, appunto, una donna fantasma.
Il sogno in questione risale
al 2014, quindi a una fase della mia (in)esistenza in cui una psicoterapeuta, intenta a rimettere a posto i pezzi del mosaico disseminati qua e là nella mia mente, mi assegnava il compito di
prendere nota delle rappresentazioni oniriche salienti della settimana.
Esaurito
il preambolo, passiamo alla descrizione del materiale onirico.
Dunque,
il sogno è ambientato in un luogo imprecisato ma piuttosto inusuale: ricordava
in modo impressionante uno dei dipinti tipici di De Chirico, quelle opere in
cui vengono rappresentate piazze enormi dominate da un senso di vuoto, le note "piazze metafisiche". In
particolare, direi che il dipinto intitolato “Piazza d’Italia” del 1953 (nella foto qui sotto) è quello più
vicino al luogo da me visualizzato, con tanto di torre circolare sullo
sfondo.
Notte.
Luogo ignoto. Una piazza ampia, illuminata da luci artificiali e totalmente
desolata. Uniche presenze umane sono la mia e quella di R.
Sono
in sua compagnia, scambio qualche parola con lei, tranquillamente. Ma, dopo
aver compiuto alcuni passi, mi volto indietro e mi accorgo, con sorpresa e
turbamento, che lei è scomparsa. A quel punto, inizio dapprima a volgere lo sguardo e poi a spostarmi rapidamente
verso tutte le direzioni, ma di lei non vi è alcuna traccia.
L'inquietudine si fa via via più palpabile, non capisco dove possa essere andata R.
In pratica, si è volatilizzata nel nulla. È diventata uno spettro.
L'inquietudine si fa via via più palpabile, non capisco dove possa essere andata R.
In pratica, si è volatilizzata nel nulla. È diventata uno spettro.
Pochi
secondi dopo, la sua natura spettrale, o quanto meno immateriale, diviene
tangibile. Infatti, inizio a udire una voce il cui volume e la cui eco aumenta
gradualmente. È la voce di R., che mi parla da chissà dove, e continua a
ripetermi un ordine preciso: Dimenticami!
Devi dimenticarmi! Dimenticami!
Io,
in preda al panico, cerco di interagire con lei, domandandole dove si trovi, invano. Poi protesto in modo sempre più disperato al suo ordine, gridando “No, non
voglio, non voglio”, con il volto rigato dalle lacrime.
Ma
le mie proteste risuonano nel vuoto, e l’unico messaggio che continuo a
ricevere da lei è quel “Dimenticami”, ripetuto in modo reiterato, ma calmo e
lento, un tono che ricorda il modo di parlare tipico di chi vuole indurre una
persona in stato di ipnosi, invitandola ad addormentarsi.
Credo
sia superfluo descrivere il profondo turbamento che mi agitava al mio
risveglio, sul fare dell’alba. Dopo alcuni minuti in cui cercai di rilassarmi e
tornare alla realtà, iniziai a chiedermi in che modo interpretare questo sogno,
ma senza particolare successo.
Tornando
indietro a quell’epoca, ricordo che R. fu, senz’altro, tra le poche
persone che cercarono, nei limiti del possibile, di restare in contatto con me
quando mi persi nel labirinto di Arianna. Tuttavia, a quanto rammento, lei non fu particolarmente
insistente, forse perché si rese conto che non poteva far nulla per me, anche
volendo. Quindi, a un certo punto, smise di cercarmi, probabilmente (non ne ho certezza) dicendomi che avrebbe
atteso che fossi io a ritrovare gli stimoli giusti per interagire con lei, e in
generale con gli altri.
Dunque, in base ai miei ricordi, in quei mesi io non avevo contatti con R., se non
qualche breve saluto scritto, ammesso vi sia stato.
In
sostanza, analizzando il sogno e rapportandolo al periodo che attraversavo, non
riuscii a fornire una interpretazione convincente dello stesso. Riflettendoci
insieme alla psicoterapeuta, giungemmo alla conclusione che R. avrebbe potuto rappresentare,
in qualche modo, un simbolo del mio contatto con il mondo esterno.
Tuttavia,
trovavo curioso che il mio subcosciente avesse scelto proprio lei come rappresentante
dei miei rapporti con gli altri, dato che i suoi tentativi di ristabilire una forma di interazione con me erano stati pochi e privi del calore, o comunque della determinazione, che,
invece, animava altre persone, ben più risolute nel cercare di scuotermi dal
mio torpore, quindi più presenti.
In
sintesi, io avevo vissuto quel sogno come qualcosa di personale tra me e lei. Non
vorrei entrare in territori parapsicologici e pensare a messaggi inviati da una
persona a un’altra tramite sogno, sebbene un minimo di tentazione di andare
oltre la sfera del razionale vi fosse, all’epoca. Sensazione che oggi torna a
riaffacciarsi, pur timidamente.
Ma,
volendo invece restare ancorati al terreno, e quindi interpretando il sogno
come una elaborazione autonoma della mia mente, è come se avessi, in qualche
modo, percepito che R., a dispetto del legame che ci unisce da oltre 10 anni e
della profonda comprensione reciproca, specie nei momenti di crisi, potesse
rappresentare per me un pericolo sul piano emotivo, e che dunque io dovessi
rinunciare a lei per salvaguardare me stesso, la mia psiche.
Ecco,
in conclusione, posso dire che, con qualche anno di ritardo, quello scenario
onirico ha trovato concretezza, almeno temporaneamente.
Diffidiamo
dunque dei pessimisti, signori e signore! A volte i sogni si avverano...



