Gli
eroi non escono il Sabato Sera, cantava tale Nicolò Carnesi qualche anno fa. Un
brano che ho ascoltato poche volte, non mi entusiasma, pur non essendo disprezzabile. Però, quel titolo, di tanto in tanto, fa
capolino nei miei discorsi, specie quando, di Sabato, qualcuno mi pone la
classica domanda relativa ai miei progetti per il Sabato Sera.
La
mia Saturday Night Fever è passata da un pezzo. In passato, l’idea di restare a
casa di Sabato sera influenzava negativamente il mio umore. Negli ultimi anni, invece, ho cercato una terapia efficace contro i sintomi della febbre suddetta; il rimedio farmacologico al virus della Febbre del Sabato Sera si chiama “Saturday Night Thriller”, e consiste nel somministrare al paziente (me medesimo) la visione di un film o di una puntata di una serie tv imperniata attorno a delitti e/o misteri.
Salvo cause di forza maggiore, cerco
di seguire la terapia con rigoroso zelo. Tuttavia,
vi sono occasioni nelle quali giunge, magari inatteso, un invito a uscire. E,
in quelle occasioni, a volte mi tocca
smettere di essere eroe, tornando antieroe, almeno temporaneamente.
Ecco, una di queste pause l’ho presa proprio ieri sera. Così, mi sono ritrovato in un pub abbastanza
gremito.
Sul palco si esibiva una band che proponeva cover dei Coldplay.
Dalla
posizione nella quale era ubicato il mio tavolo, i musicisti erano pressoché
invisibili, mentre il suono degli strumenti giungeva alle mie orecchie in
maniera poco limpida.
Sicché, a un certo punto, ho deciso di alzarmi in piedi per avvicinarmi al mini-palco, con l'obiettivo di poter
ascoltare-vedere il gruppo in modo, come dire, più coinvolgente.
Ed
è stato lì, a 3 metri dal palco, che ho incrociato lo sguardo di una ragazza apparentemente simile a
te: stessa corporatura, stesso colore dei capelli, stessi occhiali.
Ci
separavano almeno 8 metri in lunghezza e circa 2.5 in altezza, dal momento che la
ragazza aveva preso posto in quella che, fossimo stati in un teatro e non in un
pub, potrei definire come “galleria”.
La
scrutavo durante la performance della band, e mi accorgevo che, apparentemente,
anche lei indirizzava lo sguardo nella mia direzione, volgendo il capo alla sua
sinistra, per poi tornare a guardare i musicisti.
Questo
incrocio di sguardi, reale o immaginato, è avvenuto sulle note di “Fix You”,
uno dei brani dei Coldplay che, per qualche motivo, riescono a creare qualche crepa nel mio palazzo
edificato su mattoni intrisi di atarassia.
E,
in quel preciso istante, guardando l'altra te, non ho potuto fare a meno di pensare che, in questo periodo,
avverto la tua assenza.
Scrivere “mi manchi” non è nel mio stile, lo sai. Ma non si
tratta solo una questione espressiva, lessicale.
No,
il punto nodale del discorso è che, probabilmente, di fatto, tu sei spesso mancata, in qualche modo. Intendo dire che sei stata sì presente nel corso degli anni, ma a intermittenza. Del resto, credo si possa dire la stessa cosa anche di me nei tuoi riguardi. Non di rado, abbiamo trascorso settimane e settimane, talora anche alcuni mesi, senza il benché minimo interscambio comunicativo.
Dunque, a volte non c'eravamo. Ma, a ben guardare, c'eravamo lo stesso.
L’unica
differenza rispetto al passato è che, sin qui, la questione
risultava aproblematica, perché ero convinto del fatto che fossimo due pendoli
che oscillavano seguendo una peculiare sincronia.
Una
sincronia asincrona, (oppure un'asincronia sincronica, se preferisci) per usare un ossimoro capace di rendere, pur vagamente,
l’idea che avevo del nostro rapporto.
Tornando alla tua pseudo-sosia, curiosamente l’ipotetico
allineamento di sguardi di cui dicevo avveniva mentre il vocalist della band
cantava queste parole (uso la traduzione già fornita da un sito, la mia
indolenza è proverbiale):
When
you feel so tired, but you can't sleep
Quando ti senti così stanco, ma non riesci a dormire
Stuck in reverse
Ancorato al passato
And
the tears come streaming down your face
E le lacrime iniziano a scorrere sul tuo viso
When
you lose something, you can't replace
Quando perdi qualcosa, non puoi sostituirla
When
you love someone, but it goes to waste
Quando ami qualcuno, ma quel sentimento va sprecato
Could it be worse?
Potrebbe andare peggio?
Lights
will guide you home
Le
luci ti guideranno verso casa
And
ignite your bones
Ed infiammeranno le tue ossa
And I will try to fix you
E io proverò a ripararti
Sembrano
parole curiosamente adatte a descrivere quanto accaduto in questi ultimi mesi nella tua vita
e, per quanto riguarda il verso finale, direi che il buon Chris Martin ha
rappresentato efficacemente i miei propositi.
Credevo di poterti “riparare”, ma evidentemente devo averti confusa con un orologio rotto. Insomma, ero persuaso di poter entrare in una delle camere oscure della tua
mente, camere in cui talora, pur cautamente, mi hai consentito di avere
ingresso, per aiutarti a risistemare il caos in cui versava l’ambiente, forte della mia pazienza, oppure, semplicemente, per via del fatto che il mio DOC da ordine e simmetria mi induce a voler riordinare non solo le cose, gli oggetti, ma anche la mente delle persone con cui mi relaziono con estremo piacere.
Era
un tentativo (I will try...), certo, ma il mio quinto senso e mezzo mi suggeriva
che quel tentativo era, oltreché esperibile, anche realizzabile, almeno in
parte.
Invece, ora mi ritrovo con un orologio rotto, statico, immobile. Un orologio che non vuole saperne di riprendere a
segnare l’ora esatta, se non per due volte al giorno, come ogni orologio rotto che si rispetti.
Certo,
posso indossare altri orologi, cosa che sto facendo, anche perché, come noto ai più,
io avverto la necessità di conoscere sempre l’ora esatta, l'ora precisa non solo al minuto, ma al secondo; non a caso, dispongo di
orologi radiocontrollati, sincronizzati con l’orologio atomico di Mainflingen.
Eppure,
mai come ora, ho qualche dubbio sul fatto che riusciremo a ritrovare quella sincronia, pur
asincrona, di cui scrivevo sopra.
Lo
sguardo del tuo presunto alter ego incrociato ieri sera mi indurrebbe a credere
che tale evenienza sia possibile. Vorrei interpretarlo alla stregua di un segnale radio giunto dall'orologio atomico, un segnale che preannuncia il ripristino della sincronia.
Ma il mio quinto senso e mezzo, negli ultimi
tempi, perde colpi, ahimè!
E,
quindi, al momento, persiste questa situazione di stallo interattivo.
Ho usato il verbo "persistere", ho dunque parlato, forse applicando un processo di scrittura automatica così cara ai surrealisti, di persistenza.
Una persistenza associata ad un orologio rotto e al surrealismo.
Ti fa venire in mente qualcosa?
A me sì.
Mi sovviene uno dei più celebri dipinti di Salvador Dalì, intitolato proprio "La persistenza della memoria".
Guarda un po' il caso, a volte. Anzi, in questo caso, direi che occorre scrivere "Guarda un po' il Caso, a volte".
E dopo aver scritto 3 volte "caso" in una riga e mezza, sarebbe il caso di andare. Ops, siamo a 4....