domenica 24 novembre 2019

Mi si è rotto l'orologio (e Dalì lo aveva previsto)


Gli eroi non escono il Sabato Sera, cantava tale Nicolò Carnesi qualche anno fa. Un brano che ho ascoltato poche volte, non mi entusiasma, pur non essendo disprezzabile. Però, quel titolo, di tanto in tanto, fa capolino nei miei discorsi, specie quando, di Sabato, qualcuno mi pone la classica domanda relativa ai miei progetti per il Sabato Sera.

La mia Saturday Night Fever è passata da un pezzo. In passato, l’idea di restare a casa di Sabato sera influenzava negativamente il mio umore. Negli ultimi anni, invece, ho cercato una terapia efficace contro i sintomi della febbre suddetta; il rimedio farmacologico al virus della Febbre del Sabato Sera si chiama “Saturday Night Thriller”, e consiste nel somministrare al paziente (me medesimo) la visione di un film o di una puntata di una serie tv imperniata attorno a delitti e/o misteri.

Salvo cause di forza maggiore, cerco di seguire la terapia con rigoroso zelo. Tuttavia, vi sono occasioni nelle quali giunge, magari inatteso, un invito a uscire. E, in quelle occasioni,  a volte mi tocca smettere di essere eroe, tornando antieroe, almeno temporaneamente. 

Ecco, una di queste pause l’ho presa proprio ieri sera. Così, mi sono ritrovato in un pub abbastanza gremito. 
Sul palco si esibiva una band che proponeva cover dei Coldplay. 
Dalla posizione nella quale era ubicato il mio tavolo, i musicisti erano pressoché invisibili, mentre il suono degli strumenti giungeva alle mie orecchie in maniera poco limpida.
Sicché, a un certo punto, ho deciso di alzarmi in piedi per avvicinarmi al mini-palco, con l'obiettivo di poter ascoltare-vedere il gruppo in modo, come dire, più coinvolgente.

Ed è stato lì, a 3 metri dal palco, che ho incrociato lo sguardo di una ragazza apparentemente simile a te: stessa corporatura, stesso colore dei capelli, stessi occhiali.
Ci separavano almeno 8 metri in lunghezza e circa 2.5 in altezza, dal momento che la ragazza aveva preso posto in quella che, fossimo stati in un teatro e non in un pub, potrei definire come “galleria”.
La scrutavo durante la performance della band, e mi accorgevo che, apparentemente, anche lei indirizzava lo sguardo nella mia direzione, volgendo il capo alla sua sinistra, per poi tornare a guardare i musicisti.
Questo incrocio di sguardi, reale o immaginato, è avvenuto sulle note di “Fix You”, uno dei brani dei Coldplay che, per qualche motivo, riescono a creare qualche crepa nel mio palazzo edificato su mattoni intrisi di atarassia.

E, in quel preciso istante, guardando l'altra te, non ho potuto fare a meno di pensare che, in questo periodo, avverto la tua assenza. 
Scrivere “mi manchi” non è nel mio stile, lo sai. Ma non si tratta solo una questione espressiva, lessicale.
No, il punto nodale del discorso è che, probabilmente, di fatto, tu sei spesso mancata, in qualche modo. Intendo dire che sei stata sì presente nel corso degli anni, ma a intermittenza. Del resto, credo si possa dire la stessa cosa anche di me nei tuoi riguardi. Non di rado, abbiamo trascorso settimane e settimane, talora anche alcuni mesi, senza il benché minimo interscambio comunicativo.
Dunque, a volte non c'eravamo. Ma, a ben guardare, c'eravamo lo stesso.

L’unica differenza rispetto al passato è che, sin qui, la questione risultava aproblematica, perché ero convinto del fatto che fossimo due pendoli che oscillavano seguendo una peculiare sincronia.
Una sincronia asincrona, (oppure un'asincronia sincronica, se preferisci) per usare un ossimoro capace di rendere, pur vagamente, l’idea che avevo del nostro rapporto.

Tornando alla tua pseudo-sosia, curiosamente l’ipotetico allineamento di sguardi di cui dicevo avveniva mentre il vocalist della band cantava queste parole (uso la traduzione già fornita da un sito, la mia indolenza è proverbiale):



When you feel so tired, but you can't sleep

Quando ti senti così stanco, ma non riesci a dormire


Stuck in reverse

Ancorato al passato


And the tears come streaming down your face

E le lacrime iniziano a scorrere sul tuo viso


When you lose something, you can't replace

Quando perdi qualcosa, non puoi sostituirla


When you love someone, but it goes to waste

Quando ami qualcuno, ma quel sentimento va sprecato


Could it be worse?

Potrebbe andare peggio?


Lights will guide you home

Le luci ti guideranno verso casa


And ignite your bones

Ed infiammeranno le tue ossa


And I will try to fix you

E io proverò a ripararti


Sembrano parole curiosamente adatte a descrivere quanto accaduto in questi ultimi mesi nella tua vita e, per quanto riguarda il verso finale, direi che il buon Chris Martin ha rappresentato efficacemente i miei propositi.
Credevo di poterti “riparare”, ma evidentemente devo averti confusa con un orologio rotto. Insomma, ero persuaso di poter entrare in una delle camere oscure della tua mente, camere in cui talora, pur cautamente, mi hai consentito di avere ingresso, per aiutarti a risistemare il caos in cui versava l’ambiente, forte della mia pazienza, oppure, semplicemente, per via del fatto che il mio DOC da ordine e simmetria mi induce a voler riordinare non solo le cose, gli oggetti, ma anche la mente delle persone con cui mi relaziono con estremo piacere.

Era un tentativo (I will try...), certo, ma il mio quinto senso e mezzo mi suggeriva che quel tentativo era, oltreché esperibile, anche realizzabile, almeno in parte.

Invece, ora mi ritrovo con un orologio rotto, statico, immobile. Un orologio che non vuole saperne di riprendere a segnare l’ora esatta, se non per due volte al giorno, come ogni orologio rotto che si rispetti.

Certo, posso indossare altri orologi, cosa che sto facendo, anche perché, come noto ai più, io avverto la necessità di conoscere sempre l’ora esatta, l'ora precisa non solo al minuto, ma al secondo; non a caso, dispongo di orologi radiocontrollati, sincronizzati con l’orologio atomico di Mainflingen.
Eppure, mai come ora, ho qualche dubbio sul fatto che riusciremo a ritrovare quella sincronia, pur asincrona, di cui scrivevo sopra.

Lo sguardo del tuo presunto alter ego incrociato ieri sera mi indurrebbe a credere che tale evenienza sia possibile. Vorrei interpretarlo alla stregua di un segnale radio giunto dall'orologio atomico, un segnale che preannuncia il ripristino della sincronia.
Ma il mio quinto senso e mezzo, negli ultimi tempi, perde colpi, ahimè!
E, quindi, al momento, persiste questa situazione di stallo interattivo. 

Ho usato il verbo "persistere", ho dunque parlato, forse applicando un processo di scrittura automatica così cara ai surrealisti, di persistenza.
Una persistenza associata ad un orologio rotto e al surrealismo.

Ti fa venire in mente qualcosa? 

A me sì. 
Mi sovviene uno dei più celebri dipinti di Salvador Dalì, intitolato proprio "La persistenza della memoria".

Guarda un po' il caso, a volte. Anzi, in questo caso, direi che occorre scrivere "Guarda un po' il Caso, a volte".
E dopo aver scritto 3 volte "caso" in una riga e mezza, sarebbe il caso di andare. Ops, siamo a 4....





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