Cara
Francesca, ti scrivo queste righe con la speranza che, da qualche dimensione
parallela, quelle che tante volte abbiamo evocato nei nostri discorsi, tu possa
leggerle.
Negli
ultimi anni, ci siamo persi di vista, seguendo percorsi sghembi che ci hanno
portato verso altre strade, strade perdute, labirinti i cui varchi sono chiusi
da drappi rossi ma che, talora, possono aprirsi inaspettatamente, come quando
abbiamo scoperto di avere una comune amica, occasione che ci ha consentito un
rapido rendez vous telematico.
Ma
sparire dalla vista altrui non vuol dire, necessariamente, svanire dalla mente
del nostro interlocutore. E, nel nostro caso, credo che questa osservazione sia decisamente valida.
In
altre parole, di tanto in tanto, in questi anni, ho ripensato a te, alle nostre
conversazioni online, alle nostre chiacchierate dal vivo, ai nostri
progetti convergenti (pochi, purtroppo, ma egualmente stimolanti e originali).
Non
avevo notizie di te da un paio di anni, dunque nulla sapevo delle tue
condizioni di salute. E, quando Martedì sera ho ricevuto una telefonata che mi
ha informato della tua scomparsa, sono rimasto senza parole.
Parole
che, oggi, dopo un paio di giorni di riflessione, riesco a trovare, pur con
qualche difficoltà.
E
allora, volevo dirti che ti ricorderò sempre come una interlocutrice
piacevolissima, come una persona che riusciva a mettermi a mio agio,
considerata la reciproca stima intellettuale e soprattutto umana che ha
caratterizzato il nostro rapporto.
Rammenterò
sempre il tuo radioso sorriso, l’acume dei tuoi commenti, il tuo humour
caustico, che tanto mi divertiva.
E,
forse, più di ogni altra cosa, ricorderò il nostro primo incontro dal vivo,
quando al posto dei banali convenevoli che si adoperano quando ci si presenta,
tu mi hai guardato e mi hai detto qualcosa del genere: "Dottò, non c’è
bisogno che ti presenti, ti si riconosce lontano un chilometro, con quella
giacca alla Dr. Floyd..."
Non
sapevo nemmeno che avessi pubblicato un’antologia di racconti, l’ho scoperto
solo ieri, leggendo un articolo online, mi sono subito procurato il libro e lo leggerò nei prossimi giorni,
in modo tale che le tue costruzioni narrative, le tue riflessioni, le tue
parole, possano accompagnarmi in questi giorni complicati.
Volevo
anche dirti che ho trovato ammirevole, per sobrietà e lucidità, anche il
congedo che Fausto ha scritto su Twitter, parlando del vostro Blog, CineFatti, come di una
sorta di figlio che avete curato entrambi amorevolmente, e che ora resta orfano
della tua presenza, ma che tornerà attivo, come desideravi tu.
Fausto,
al quale rivolgo un sentito e accorato abbraccio (e non è un formula retorica),
ha anche descritto lo spirito con il quale hai affrontato il periodo in cui hai
dovuto fronteggiare una terribile malattia, sottolineando la forza d’animo, la
voglia di vivere che ti ha sempre contraddistinto, la tua ricerca della luce
anche quando, tutto intorno, non c’erano altro che tenebre.
E
cercherò di far tesoro di quanto letto.
Non
ho mai detto “Addio” a nessuno, io non riesco a contemplare il distacco
definitivo dalle persone che hanno rappresentato qualcosa di rilevante per me.
Per
questo motivo, ti dico “Au Revoir!”.
Perché,
con approccio foscoliano, posso assicurarti che resterai viva nei miei ricordi.
Forse,
in una di quelle dimensioni parallele, potremo incontrarci di nuovo e parlare
di cinema, di serie tv, di letteratura, chissà!
Magari
aveva ragione Tolstoj, quando scriveva che la vita è un sonno e la morte è il
risveglio.
Con
affetto, Dr. Floyd.
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